#Escile è un hashtag davvero terribile: non solo per il suo significato, ma anche a livello grammaticale. Uscire è un verbo intransitivo a cui viene dato un valore transitivo totalmente a caso, senza una logica ben definita.
Però #Escile è diventato un caso mediatico riguardante gli atenei più antichi e prestigiosi di Milano: non parlarne sarebbe peccato!
Insomma da qualche giorno a Milano non si parla più solo della settimana della moda, ma di una nuova moda, se così è possibile chiamarla, cioè il caso #Escile. Inizia tutto per gioco e poi diventa una vera e propria sfida: le ragazze frequentanti le più famose università di Milano si fotografano il seno su cui hanno scritto, nei modi più stravaganti, che amano il proprio ateneo. Ecco dunque circolare foto delle sostenitrici della Cattolica con il loro "I love UniCatt", quelle della Bocconi con "I love Bocconi", quelle della Statale con "I love UniMi" e infine le rare ragazze del Politecnico con il loro "I love PoliMi".
Goliardico o di cattivo gusto? All'inizio non ne ero certo. Poi la cosa ha iniziato a non avere freno e ci ritroviamo sulle pagine "Spotted" delle università anche ragazzi che si sono scritti le loro tifoserie sulle natiche o sulla parte inferiore degli addominali.
La sfida sembra conclusa per il momento e si danno per vincitori le modelle e i modelli che hanno posato per l'Università Cattolica di Milano.
Ora, riflettiamo: è possibile far passare tutta questa sfida come un unico momento di goliardia da ansia da piena sessione di studi o è il caso di essere un po' più bacchettoni e fare discorsi sulla morale e simili?
Io onestamente credo che l'idea sia divertente, virale e che sia meglio una sfida del genere che sentir parlare sui giornali di professori che accettano mazzette o di studenti che inventano di sana pianta un percorso di studi per poi sparire a pochi giorni dalla fantomatica laurea prevista e annunciata ai famigliari. D'altro canto però non ritengo propriamente corretta e di buon gusto la sfida nelle università. Posso senz'altro accettare una sfida simile per portare fortuna alla propria squadra di calcio o per far vedere quanto bene stia la nuova collezione Yamamay alle ragazze, ma nelle università dove si dovrebbe parlare di cultura e di professionalità, le balconate delle studentesse o gli addominali degli studenti mi sembrano un po' fuori luogo. Certo è che in un modo o in un altro le università di Milano al momento sono le più chiacchierate sia nei social che nei giornali e che non sia una tragedia rispetto ad altre notizie di cronaca, ma rimane comunque il fatto che l'università dovrebbe essere un luogo di informazione non un luogo di dimostrazione della propria fisicità.
Ecco perché sarebbe forse il caso che se proprio diventasse necessario fare un contest, l'argomento spazi in attività più alte, che non vuol dire essere pesanti o non sapersi divertire, vuol dire solamente conoscere dove si è e rispettare una tradizione di lungo corso.
mercoledì 20 gennaio 2016
venerdì 15 gennaio 2016
Corri, ragazzo! Corri: Milano non è fatta per te!
Non è passato molto tempo da quando una mattina, mentre io e i miei amici eravamo intenti a fare l'ennesima colazione armati di occhiali coprenti, sciarpe avvolgenti e cappotti che nascondevano abiti "comodi", si è parlato di un argomento spinoso: le fughe dalla "grande" Milano.
Insomma la questione è questa: abbiamo preso tutti la nostra vita, l'abbiamo impacchettata e ci siamo trasferiti nella città più controversa d'Italia. E non è controversa per argomenti come Mafia Capitale o le dimissioni a 5 stelle. No, Milano è controversa perché o la odi o la ami, non ci sono vie di mezzo. Tutti conosciamo "la grande bellezza" di Roma in opposizione ai suoi grandi problemi amministrativi, e lo stesso potremmo dire di Firenze, Bologna, Siena e di Napoli ma Milano non si lascia abbattere da chiacchiericci oggettivi, Milano è pura soggettività ed è per questo forse che ospita due tipi di persone: i suoi amanti, le sue nemesi.
Come dicevo stavamo facendo colazione e ci siamo persi nel pettegolezzo: l'ennesimo caso di un conoscente che è rimasto impietrito di fronte al capoluogo lombardo e per questo dopo un numero considerevole di mesi di affitto pagati, ha ripreso tutto ed è tornato al suo focolare.
Ci chiedevamo: perché scappare? Cosa rende una città come Milano così minacciosa?
Dopo qualche giorno di riflessioni e analisi ulteriori sono arrivato ad alcune conclusioni:
1. Milano è oggettivamente cara. La guerra per avere un appartamento il cui costo mensile non richieda la vendita di un arto o di un organo è viva e al momento non credo sia possibile una resa o per lo meno un armistizio.
2. A Milano ci sono due tipi di persone: chi ha le possibilità, chi non le ha e se fai parte dell'ultima categoria, vi giuro che è difficile svegliarsi la mattina con il buon umore e continuare a essere positivi.
3. Si arriva a Milano con un progetto: se non ne hai uno, il tempo a disposizione qui è limitato e andarsene è la scelta più ovvia.
4. I milanesi non esistono ma è più difficile fare un amicizia con qualcuno del posto che riuscire a trovare un centesimo per terra. La freddezza di cui tutti parlano l'ho provata con mano ed è fastidiosa.
5. Milano è una città in cui se hai un sogno puoi realizzarlo, ma i sogni richiedono impegno, fatica e duro lavoro e se non si è disposti a lavorare per il proprio sogno, nessuno lo farà per te.
E allora per quale motivo noi rimaniamo, sopravviviamo ad un clima tanto ostile?
La risposta essenzialmente è che quando prendi il treno per Milano, pieno di bagagli contenenti la tua vita e le tue speranze, dopo aver combattuto per trovare un appartamento minuscolo, con un'infinità di problemi ma con un prezzo ragionevole e infine, dopo aver visto che nonostante tutto sei sopravvissuto, solo allora si può amare Milano davvero e scoprire che è davvero una città che regala molte possibilità. E quando le possibilità non arrivano, allora è il momento di cambiare strategia, di non darsi per vinti, perché tutto ciò che ci rimane a quest'età non sono i ricordi della nostra vita passata ma la giovinezza di chi ha solo da guadagnare e nulla da perdere.
Insomma la questione è questa: abbiamo preso tutti la nostra vita, l'abbiamo impacchettata e ci siamo trasferiti nella città più controversa d'Italia. E non è controversa per argomenti come Mafia Capitale o le dimissioni a 5 stelle. No, Milano è controversa perché o la odi o la ami, non ci sono vie di mezzo. Tutti conosciamo "la grande bellezza" di Roma in opposizione ai suoi grandi problemi amministrativi, e lo stesso potremmo dire di Firenze, Bologna, Siena e di Napoli ma Milano non si lascia abbattere da chiacchiericci oggettivi, Milano è pura soggettività ed è per questo forse che ospita due tipi di persone: i suoi amanti, le sue nemesi.
Come dicevo stavamo facendo colazione e ci siamo persi nel pettegolezzo: l'ennesimo caso di un conoscente che è rimasto impietrito di fronte al capoluogo lombardo e per questo dopo un numero considerevole di mesi di affitto pagati, ha ripreso tutto ed è tornato al suo focolare.
Ci chiedevamo: perché scappare? Cosa rende una città come Milano così minacciosa?
Dopo qualche giorno di riflessioni e analisi ulteriori sono arrivato ad alcune conclusioni:
1. Milano è oggettivamente cara. La guerra per avere un appartamento il cui costo mensile non richieda la vendita di un arto o di un organo è viva e al momento non credo sia possibile una resa o per lo meno un armistizio.
2. A Milano ci sono due tipi di persone: chi ha le possibilità, chi non le ha e se fai parte dell'ultima categoria, vi giuro che è difficile svegliarsi la mattina con il buon umore e continuare a essere positivi.
3. Si arriva a Milano con un progetto: se non ne hai uno, il tempo a disposizione qui è limitato e andarsene è la scelta più ovvia.
4. I milanesi non esistono ma è più difficile fare un amicizia con qualcuno del posto che riuscire a trovare un centesimo per terra. La freddezza di cui tutti parlano l'ho provata con mano ed è fastidiosa.
5. Milano è una città in cui se hai un sogno puoi realizzarlo, ma i sogni richiedono impegno, fatica e duro lavoro e se non si è disposti a lavorare per il proprio sogno, nessuno lo farà per te.
E allora per quale motivo noi rimaniamo, sopravviviamo ad un clima tanto ostile?
La risposta essenzialmente è che quando prendi il treno per Milano, pieno di bagagli contenenti la tua vita e le tue speranze, dopo aver combattuto per trovare un appartamento minuscolo, con un'infinità di problemi ma con un prezzo ragionevole e infine, dopo aver visto che nonostante tutto sei sopravvissuto, solo allora si può amare Milano davvero e scoprire che è davvero una città che regala molte possibilità. E quando le possibilità non arrivano, allora è il momento di cambiare strategia, di non darsi per vinti, perché tutto ciò che ci rimane a quest'età non sono i ricordi della nostra vita passata ma la giovinezza di chi ha solo da guadagnare e nulla da perdere.
domenica 10 gennaio 2016
Prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più
Avevo compiuto 22 anni da poco, avevo in mano una laurea e tanti sogni.
Un'offerta di lavoro; destinazione Milano.
Ho fatto il mio primo biglietto "sola andata" e da lì è cambiato tutto.
Ho lasciato qui una famiglia, tre cani, tanti amici e soprattutto tanti ricordi.
Era il 5 giugno del 2014.
Oggi, dopo più di un anno da quel viaggio verso una vita nuova, sono di nuovo qui, sul treno che mi porterà all'inizio di un nuovo anno in una città che nonostante non sia affatto accogliente, mi ha dato tanta forza e tanto coraggio.
Mi sono perso, è vero, e ho fatto un errore grande: tentare di ritrovarmi. L'errore è questo: dal momento in cui le porte del treno si sono chiuse, ciò che ero si è smarrito e ciò che sarei diventato era pronto ad emergere. 9 mesi per capirlo, un tempo immenso. Ma come i serpenti, anche io per cambiare pelle ho avuto bisogno di un po' di tempo ma ora ho capito come si indossano le pelli nuove e farò di tutto per portarla al meglio.
C'è però una cosa che mi rende ancora instabile realmente ed è la paura del futuro.
Cosa succederà?
Dove andrò?
Chi incontrerò?
E poi la certezza che certi cibi, certi sapori, certi baci e anche il sesso hanno un sapore molto diverso a soli 600 chilometri di distanza. Diverso: né migliore, né peggiore. Solamente diverso.
E se c'è una cosa che si fortifica ogni qualvolta che io decida di tornare, è la mia scelta: partire non poteva essere che un bene per me.
Un fischietto suona, qualche secondo e il treno partirà e i miei genitori stringerò forte per lasciarli tristemente ancora una volta sapendo di aver fatto torto loro e al me stesso del passato quando decisi di partire, perché nonostante le divergenze, la mia assenza si sente come io sento la loro. Ma ora le cose vanno meglio, ci siamo abituati e la speranza che tutto vada per il meglio fa da collante che poi è ciò che più amo delle partenze: i rapporti quelli veri, quelli sinceri, di qualunque forma e contorno, rimangono saldi anche quando è la distanza che tenta di rovinarli.
Dunque buon viaggio a me e a tutte le persone che amo: possiate cambiare pelle.
Un'offerta di lavoro; destinazione Milano.
Ho fatto il mio primo biglietto "sola andata" e da lì è cambiato tutto.
Ho lasciato qui una famiglia, tre cani, tanti amici e soprattutto tanti ricordi.
Era il 5 giugno del 2014.
Oggi, dopo più di un anno da quel viaggio verso una vita nuova, sono di nuovo qui, sul treno che mi porterà all'inizio di un nuovo anno in una città che nonostante non sia affatto accogliente, mi ha dato tanta forza e tanto coraggio.
Mi sono perso, è vero, e ho fatto un errore grande: tentare di ritrovarmi. L'errore è questo: dal momento in cui le porte del treno si sono chiuse, ciò che ero si è smarrito e ciò che sarei diventato era pronto ad emergere. 9 mesi per capirlo, un tempo immenso. Ma come i serpenti, anche io per cambiare pelle ho avuto bisogno di un po' di tempo ma ora ho capito come si indossano le pelli nuove e farò di tutto per portarla al meglio.
C'è però una cosa che mi rende ancora instabile realmente ed è la paura del futuro.
Cosa succederà?
Dove andrò?
Chi incontrerò?
E poi la certezza che certi cibi, certi sapori, certi baci e anche il sesso hanno un sapore molto diverso a soli 600 chilometri di distanza. Diverso: né migliore, né peggiore. Solamente diverso.
E se c'è una cosa che si fortifica ogni qualvolta che io decida di tornare, è la mia scelta: partire non poteva essere che un bene per me.
Un fischietto suona, qualche secondo e il treno partirà e i miei genitori stringerò forte per lasciarli tristemente ancora una volta sapendo di aver fatto torto loro e al me stesso del passato quando decisi di partire, perché nonostante le divergenze, la mia assenza si sente come io sento la loro. Ma ora le cose vanno meglio, ci siamo abituati e la speranza che tutto vada per il meglio fa da collante che poi è ciò che più amo delle partenze: i rapporti quelli veri, quelli sinceri, di qualunque forma e contorno, rimangono saldi anche quando è la distanza che tenta di rovinarli.
Dunque buon viaggio a me e a tutte le persone che amo: possiate cambiare pelle.
martedì 5 gennaio 2016
C'era una volta un paio di mutande e una trousse Kiko
Ieri la serata è stata produttiva da procurarmi abbastanza ispirazione per l'articolo di oggi. Eravamo in quattro, due ragazzi e due ragazze e come al solito si parlava dell'argomento ever green dei poco più che ventenni: le relazioni.
Ognuno ha le proprie esigenze, ognuno le sue fisse e ognuno è alla ricerca di qualcosa, ma dei punti in comune tra le nostre differenti menti ed esperienze c'erano: le relazioni si valutano quando la favola finisce e la realtà ti colpisce in faccia dura e violenta, come se fosse una sveglia dopo che ti sei fatto una notte in discoteca tra alcol e più momenti da dimenticare che da ricordare.
Le storie iniziano nei modi più diversi e poi si accendono in un fuoco fatuo che brucia facendo credere ai protagonisti che la loro storia andrà sempre così, che si ameranno sempre in quel modo e che tutti li prenderanno a modello, sospirando "Ah, come sono innamorati!". E saranno lì come due ebeti a pensare che sono fortunati, che hanno trovato la persona giusta. Se ne vanteranno con gli amici, ne parleranno persino ai loro genitori, perché è l'inizio e all'inizio è tutto bello: la favola dei Grimm versione 2016.
Si, l'inizio è più o meno così per tutti.
Poi arrivano le mutande e una trousse targata Kiko e il paradiso diventa l'inferno.
Quando l'uomo si sente così a suo agio da mettere le sue mutande nel portabiancheria della sua partner, in quel momento finisce tutto. L'uomo incivilis che c'è dentro di lui esce fuori e con lui tutti i difetti: birre appoggiate senza il sottobicchiere sul tavolo in legno, fastidiose serate con urlo di sottofondo a ogni gol della propria squadra o di quella avversaria, tedio nel voler uscire con gli amici di lei e scarso entusiasmo nel vedere una serie televisiva romantica che lei segue da anni e non si può perdere. E l'uomo incivilis lascia la tavoletta abbassata e si rade non curandosi troppo di dare una rassettata generale, perché l'uomo incivilis non se ne cura, non se ne è mai curato e finché non arriva qualcuna a farglielo notare, non se ne curerà mai.
E lo stesso accade quando lei porta la trousse nel bagno del suo partner, in quel momento scatta l'ossessiva maniaca che è in lei. Con l'inizio della trousse inizia il trasloco vero e proprio: spazzolino, dentifricio, piastra, fono, bigodini (che non servono, ma non si sa mai), diffusore, occorrente per manicure, pedicure e svariati tipi di lime per unghie e smalti, tanti, di tutte le sfumature dell'arcobaleno e lo stretto necessario per poter depilare un panda. Per non parlare dei vestiti, anche quelli fuori stagione, come un bikini a metà febbraio. In quell'attimo inizierà il suo momento da designer d'interni quando inizierà a giudicare ogni oggetto prezioso sistemato dal suo partner, come la collezione di pupazzi di Dragon Ball targati 1997. E poi si sentirà in dovere di essere brutta: vestirà con maglie extralarge, con un mollettone ai capelli e il trucco sfatto. E girerà così dentro casa, in quelle condizioni facendoti chiedere seriamente se quell'esemplare che hai di fronte sia la stessa persona che hai conosciuto al primo appuntamento.
Ecco, solo in quel momento inizia la relazione, quando la parte più disgustosa di entrambi prende il sopravvento. E se in quel momento allora il compromesso avrà la meglio sui conati di vomito emessi da entrambi, allora è amore. Solo allora è amore. Prima era favola e nelle favole non c'è amore ma pura confusione per le giovani menti, fumo ammaliatore.
Insomma, l'amore inizia da una mutanda e da una trousse di Kiko.
Ognuno ha le proprie esigenze, ognuno le sue fisse e ognuno è alla ricerca di qualcosa, ma dei punti in comune tra le nostre differenti menti ed esperienze c'erano: le relazioni si valutano quando la favola finisce e la realtà ti colpisce in faccia dura e violenta, come se fosse una sveglia dopo che ti sei fatto una notte in discoteca tra alcol e più momenti da dimenticare che da ricordare.
Le storie iniziano nei modi più diversi e poi si accendono in un fuoco fatuo che brucia facendo credere ai protagonisti che la loro storia andrà sempre così, che si ameranno sempre in quel modo e che tutti li prenderanno a modello, sospirando "Ah, come sono innamorati!". E saranno lì come due ebeti a pensare che sono fortunati, che hanno trovato la persona giusta. Se ne vanteranno con gli amici, ne parleranno persino ai loro genitori, perché è l'inizio e all'inizio è tutto bello: la favola dei Grimm versione 2016.
Si, l'inizio è più o meno così per tutti.
Poi arrivano le mutande e una trousse targata Kiko e il paradiso diventa l'inferno.
Quando l'uomo si sente così a suo agio da mettere le sue mutande nel portabiancheria della sua partner, in quel momento finisce tutto. L'uomo incivilis che c'è dentro di lui esce fuori e con lui tutti i difetti: birre appoggiate senza il sottobicchiere sul tavolo in legno, fastidiose serate con urlo di sottofondo a ogni gol della propria squadra o di quella avversaria, tedio nel voler uscire con gli amici di lei e scarso entusiasmo nel vedere una serie televisiva romantica che lei segue da anni e non si può perdere. E l'uomo incivilis lascia la tavoletta abbassata e si rade non curandosi troppo di dare una rassettata generale, perché l'uomo incivilis non se ne cura, non se ne è mai curato e finché non arriva qualcuna a farglielo notare, non se ne curerà mai.
E lo stesso accade quando lei porta la trousse nel bagno del suo partner, in quel momento scatta l'ossessiva maniaca che è in lei. Con l'inizio della trousse inizia il trasloco vero e proprio: spazzolino, dentifricio, piastra, fono, bigodini (che non servono, ma non si sa mai), diffusore, occorrente per manicure, pedicure e svariati tipi di lime per unghie e smalti, tanti, di tutte le sfumature dell'arcobaleno e lo stretto necessario per poter depilare un panda. Per non parlare dei vestiti, anche quelli fuori stagione, come un bikini a metà febbraio. In quell'attimo inizierà il suo momento da designer d'interni quando inizierà a giudicare ogni oggetto prezioso sistemato dal suo partner, come la collezione di pupazzi di Dragon Ball targati 1997. E poi si sentirà in dovere di essere brutta: vestirà con maglie extralarge, con un mollettone ai capelli e il trucco sfatto. E girerà così dentro casa, in quelle condizioni facendoti chiedere seriamente se quell'esemplare che hai di fronte sia la stessa persona che hai conosciuto al primo appuntamento.
Ecco, solo in quel momento inizia la relazione, quando la parte più disgustosa di entrambi prende il sopravvento. E se in quel momento allora il compromesso avrà la meglio sui conati di vomito emessi da entrambi, allora è amore. Solo allora è amore. Prima era favola e nelle favole non c'è amore ma pura confusione per le giovani menti, fumo ammaliatore.
Insomma, l'amore inizia da una mutanda e da una trousse di Kiko.
giovedì 31 dicembre 2015
Lo spirito del Natale Futuro: il terzo gioco di Comunicazione Ordinaria
Ebenezer ha il privilegio di conoscere la sua fine, il suo futuro e di poter imparare dalle orribili immagini che ha visto così da trovare un rimedio, una cura, una soluzione al suo avvenire triste e solitario. Come sarebbe bello, non è vero? Sapere come andrà il nostro futuro, scegliere per il meglio con la sicurezza che andrà tutto bene. Perché è questo quello che ci spaventa maggiormente: non avere la certezza che davvero andrà tutto bene.
E allora lottiamo per la luce, alla ricerca di qualcosa di più, cerchiamo il più. Che cosa sarà mai il più, io non l'ho mai capito. Perché di base secondo me l'errore della ricerca è quello di pensare che la soluzione sia all'esterno e non all'interno. Se c'è qualcosa che ho imparato da questo 2015 è che la felicità di una persona si basa solamente sulla sua mente e sul suo essere risolto, integro e non frammentato, a pezzi, alla ricerca di un collante che sia personificato. Ed è proprio quello il dramma, cercare i rimedi alle nostre problematiche usando gli altri come stampelle, quando l'antidoto al veleno è dentro di noi e soprattutto il veleno lo creiamo noi.
Questo 2015 è stato abbastanza faticoso: mi sono perso e sto ancora cercando di ritrovarmi e nel frattempo alcune certezze si sono distrutte davanti ai miei occhi, mentre altre hanno preso forma, forza e struttura. Vivo sempre alla ricerca di me stesso, della parte migliore di me, tentando di lavorare su di me e su ciò che è palesemente migliorabile. E in questa ricerca smisurata ho portato avanti tanti progetti: un blog, una carriera universitaria e tante relazioni che la distanza solitamente tende a disintegrare. E sono queste le cose che mi permettono di andare avanti, di raccogliere le forze e rinascere con una nuova pelle, come le fenici.
Perché questo è quello che siamo, realtà che muoiono e rinascono continuamente, e questo è possibile solo utilizzando la volontà di redimersi, di chiedersi scusa, di perdonarsi e soprattutto di perdonare, perché credetemi anche le menti che credono di essere più pure hanno qualcosa per cui farsi perdonare.
Dunque il mio augurio è che possiate continuare la ricerca, cambiando però la prospettiva, gli occhi, l'obiettivo e soprattutto vivere ringraziando ed essendo ringraziati per quello che sono gli altri e per quello che siamo noi per loro. Necessario e urgente è ricordare le fortune che si hanno e usare la bocca per raccontarsi, il corpo per amarsi e il cuore per vivere nella leggerezza, perché ciò che abbrutisce il tutto è vivere con l'eterna pesantezza di chi si trascina dietro fin troppi bagagli.
Buon 2016, miei cari lettori.
p.s. Il gioco? Siate sinceri con chi amate. Dicono che porti dei benefici sensazionali!
E allora lottiamo per la luce, alla ricerca di qualcosa di più, cerchiamo il più. Che cosa sarà mai il più, io non l'ho mai capito. Perché di base secondo me l'errore della ricerca è quello di pensare che la soluzione sia all'esterno e non all'interno. Se c'è qualcosa che ho imparato da questo 2015 è che la felicità di una persona si basa solamente sulla sua mente e sul suo essere risolto, integro e non frammentato, a pezzi, alla ricerca di un collante che sia personificato. Ed è proprio quello il dramma, cercare i rimedi alle nostre problematiche usando gli altri come stampelle, quando l'antidoto al veleno è dentro di noi e soprattutto il veleno lo creiamo noi.
Questo 2015 è stato abbastanza faticoso: mi sono perso e sto ancora cercando di ritrovarmi e nel frattempo alcune certezze si sono distrutte davanti ai miei occhi, mentre altre hanno preso forma, forza e struttura. Vivo sempre alla ricerca di me stesso, della parte migliore di me, tentando di lavorare su di me e su ciò che è palesemente migliorabile. E in questa ricerca smisurata ho portato avanti tanti progetti: un blog, una carriera universitaria e tante relazioni che la distanza solitamente tende a disintegrare. E sono queste le cose che mi permettono di andare avanti, di raccogliere le forze e rinascere con una nuova pelle, come le fenici.
Perché questo è quello che siamo, realtà che muoiono e rinascono continuamente, e questo è possibile solo utilizzando la volontà di redimersi, di chiedersi scusa, di perdonarsi e soprattutto di perdonare, perché credetemi anche le menti che credono di essere più pure hanno qualcosa per cui farsi perdonare.
Dunque il mio augurio è che possiate continuare la ricerca, cambiando però la prospettiva, gli occhi, l'obiettivo e soprattutto vivere ringraziando ed essendo ringraziati per quello che sono gli altri e per quello che siamo noi per loro. Necessario e urgente è ricordare le fortune che si hanno e usare la bocca per raccontarsi, il corpo per amarsi e il cuore per vivere nella leggerezza, perché ciò che abbrutisce il tutto è vivere con l'eterna pesantezza di chi si trascina dietro fin troppi bagagli.
Buon 2016, miei cari lettori.
p.s. Il gioco? Siate sinceri con chi amate. Dicono che porti dei benefici sensazionali!
lunedì 21 dicembre 2015
Lo spirito del Natale presente: il secondo gioco di Comunicazione Ordinaria
Lo spirito del Natale Passato è servito ad Ebenezer Scrooge per ricordare ciò che è stato e che rimarrà nella sua memoria di bambino. Il tempo è passato e la vita di Ebenezer ha preso una strada diversa da quella che tutti si sarebbero aspettati da quel bambino, poi ragazzo, così altruista e amorevole nei confronti della sua famiglia e dei suoi amici. Infatti, l'uomo che andrà a incontrare lo spirito del Natale Presente non è che un avido personaggio, avaro e cattivo, amante del denaro e non delle persone a cui è legato. E lo spirito del Natale Presente, rappresentato dal noto Santa Claus o Babbo Natale, come si preferisce dirlo, arriva per ricordargli le fortune che lui ha, riferendosi non solo al denaro che potrebbe usare per fare beneficenza ma ai suoi affetti più cari che nonostante tutto hanno ancora la speranza che Ebenezer possa essere catturato dallo spirito del Natale.
Insomma, a chi non succede di comportarsi come il protagonista del racconto di Dickens? Quante volte abbiamo pensato che il Natale che stavamo per festeggiare non sarebbe stato importante o che non sarebbe andato secondo le nostre più rosee previsioni. E raramente si pensa invece a ciò che si ha, ma ci si focalizza solo su ciò che non si ha o peggio, che si è perso. Vedete, il Natale non è che la festa della famiglia, a mio parere. E se si ha una famiglia, di sangue o di scelta, c'è il Natale. Tutto il resto è fuffa, carta, scambio di poca importanza. Se c'è la famiglia si è già fortunati, e purtroppo non tutti la pensano così, perché in pochi si fermano ad apprezzare ciò che si ha e ciò che si è, sfruttando sempre più energie a cercare altro da noi e in noi.
Una meravigliosa scusa per essere infelici.
Una meravigliosa scusa per essere infelici.
Ora voglio fare un altro gioco, simile a quello proposto nello scorso articolo. Fermatevi un attimo, prendete tempo per voi e pensate a tre momenti precisi del Natale e rispondete:
- per cosa siete felici in questo Natale?
- per cosa siete grati in questo Natale?
- per cosa siete tristi in questo Natale?
E dopo aver risposto, chiedetevi se ciò che sentite è in linea con il sentimento del Natale, se provate felicità per un qualcosa di reale e non per l'effimero, se siete grati alle giuste persone, non a quelle di passaggio, e se siete tristi per un motivo che fa male al cuore, e non perché il mondo non gira come voi volete.
Comunicazione Ordinaria si congeda, sperando che i suoi lettori possano comprendere il senso del Natale, soprattutto in questi tempi in cui non c'è più una distinzione netta tra bene e male, ma tra il mio credo e il tuo, in cui si agisce senza pensare alle conseguenze, facendosi prendere dalle persone più che dal proprio pensiero.
Ora è il tempo in cui ci si deve mettere in discussione, in cui si deve riconsiderare tutto e apprezzare ciò che si ha e lavorare per far funzionare le cose che non vanno come vorremmo, per trovare il nostro io con la consapevolezza di essere fortunati, nonostante tutte le brutture che proviamo sulla nostra pelle, perché abbiamo una vita da vivere e dobbiamo farlo tentando di avere il sorriso e prenderlo da chi ci è vicino se dovesse scomparire.
Ora è il tempo in cui ci si deve mettere in discussione, in cui si deve riconsiderare tutto e apprezzare ciò che si ha e lavorare per far funzionare le cose che non vanno come vorremmo, per trovare il nostro io con la consapevolezza di essere fortunati, nonostante tutte le brutture che proviamo sulla nostra pelle, perché abbiamo una vita da vivere e dobbiamo farlo tentando di avere il sorriso e prenderlo da chi ci è vicino se dovesse scomparire.
domenica 13 dicembre 2015
Lo spirito del Natale passato: il primo gioco di Comunicazione Ordinaria
Charles Dickens ha scritto "Canto di Natale", la mia storia preferita sul Natale. Lo leggo ogni anno proprio in questo periodo ed è una tradizione che spero di non perdere mai, perché è un libro che ha molto da insegnare, molto da dire e ogni anno mi insegna qualcosa di nuovo, mi dice qualcosa che l'anno prima non avevo colto perché le pagine saranno sempre le stesse, ma io continuo a crescere.
Oggi volevo parlare di uno dei suoi personaggi, lo spirito del Natale Passato. Vedete, nel libro è un essere indefinito, senza sesso o età, un'entità tra l'umano e il sovrannaturale, il cui unico dettaglio certo è che alla cima del capo c'è una luminosa fiamma e che tiene sempre con sé un piccolo cappuccio. Il potere di questo Spirito è riuscire a far vedere al protagonista del racconto come festeggiava il Natale quando era piccolo ed Ebenizer Scrooge ricorda con gioia e nostalgia la sua vita passata. Quando torna al presente, una grande tristezza scende in lui, perché ciò che più gli manca non potrà averlo mai più: quello che è stato non può tornare e Scrooge lo sapeva bene. Ciò che infatti questo Spirito ha insegnato è che in Natale vissuto con gli occhi di un bambino è sempre amplificato e che più passa il tempo e più questo vedere e sentire il Natale diventa un banale osservare.
Voglio fare un gioco: prendete qualche minuto per voi e pensate a primi Natale che ricordate. Scavate nella vostra memoria e ricordate. Ora prendete tre aspetti di questi ricordi e confrontateli con la loro evoluzione, con quello che sono ora. Potreste così fare una valutazione e riuscire a migliorare il prossimo Natale, a renderlo più magico e se proprio il risultato non è dei migliori, avrete un incentivo in più a rendere questa festa ancora più bella.
Io intanto vi svelo i miei risultati:
I nonni
Da piccolo avevo due nonne, due nonni e una bisnonna, ora ne ho solo uno, nonno Gabriele e per quanto sia triste non vedere più mia nonna Nina fare la pasta a mano o mia nonna Maria preparare l'albero e abbellire la casa come solo lei sapeva fare, ho capito che lo loro essenza, nonostante la loro scomparsa, è rimasta e ad ogni Natale spunta sempre qualche storia su di loro e in qualche modo sembra come se fossero con noi, intorno alla nostra tavolata, che ridono con i nostri racconti.
L'ansia da regali
Sin dai miei primi ricordi sul Natale avevo l'ansia dei regali: dopo aver fatto la letterina a Babbo Natale vivevo nell'ansia che mi arrivasse il regalo sbagliato, che non ne arrivassero proprio o che da un momento all'altro mi venisse in mente un altro regalo in sostituzione a quello già chiesto. Ecco, ora è tutto tristemente deciso a tavolino e data la mia mania di controllo, da un certo punto di vista, è una situazione migliore.
Innocenza, incoscienza e fiducia
Del passato mi manca l'innocenza, l'incoscienza e la fiducia che sono tre attributi possibili solo per gli occhi di un bambino. Per me il Natale era il momento in cui tutto si poteva risolvere e tutto si poteva aggiustare. Non c'era litigio, problema o conflitto che non potesse essere messo a tacere grazie alla magia del Natale. Purtroppo ad oggi è sparita l'innocenza, l'incoscienza e soprattutto la fiducia, perché ho capito che ci sono dei problemi che non sono risolvibili con la sola fede e che fingere che nulla sia successo con il "Scambiatevi un gesto di pace" del prete, non aggiusti le cose, anzi le peggiori. Ho però imparato ad avere fiducia nelle parole, fiducia che da bambino non nutrivo assolutamente: credevo nelle feste comandate, ora credo alle azioni spontanee e da questo punto di vista posso dire che è stata una bella conquista.
Spero che questo gioco vi piaccia e che possiate condividerlo con tutte le persone che amate: sarà di buon augurio!
A presto con un nuovo gioco sul Natale!
Oggi volevo parlare di uno dei suoi personaggi, lo spirito del Natale Passato. Vedete, nel libro è un essere indefinito, senza sesso o età, un'entità tra l'umano e il sovrannaturale, il cui unico dettaglio certo è che alla cima del capo c'è una luminosa fiamma e che tiene sempre con sé un piccolo cappuccio. Il potere di questo Spirito è riuscire a far vedere al protagonista del racconto come festeggiava il Natale quando era piccolo ed Ebenizer Scrooge ricorda con gioia e nostalgia la sua vita passata. Quando torna al presente, una grande tristezza scende in lui, perché ciò che più gli manca non potrà averlo mai più: quello che è stato non può tornare e Scrooge lo sapeva bene. Ciò che infatti questo Spirito ha insegnato è che in Natale vissuto con gli occhi di un bambino è sempre amplificato e che più passa il tempo e più questo vedere e sentire il Natale diventa un banale osservare.
Voglio fare un gioco: prendete qualche minuto per voi e pensate a primi Natale che ricordate. Scavate nella vostra memoria e ricordate. Ora prendete tre aspetti di questi ricordi e confrontateli con la loro evoluzione, con quello che sono ora. Potreste così fare una valutazione e riuscire a migliorare il prossimo Natale, a renderlo più magico e se proprio il risultato non è dei migliori, avrete un incentivo in più a rendere questa festa ancora più bella.
Io intanto vi svelo i miei risultati:
I nonni
Da piccolo avevo due nonne, due nonni e una bisnonna, ora ne ho solo uno, nonno Gabriele e per quanto sia triste non vedere più mia nonna Nina fare la pasta a mano o mia nonna Maria preparare l'albero e abbellire la casa come solo lei sapeva fare, ho capito che lo loro essenza, nonostante la loro scomparsa, è rimasta e ad ogni Natale spunta sempre qualche storia su di loro e in qualche modo sembra come se fossero con noi, intorno alla nostra tavolata, che ridono con i nostri racconti.
L'ansia da regali
Sin dai miei primi ricordi sul Natale avevo l'ansia dei regali: dopo aver fatto la letterina a Babbo Natale vivevo nell'ansia che mi arrivasse il regalo sbagliato, che non ne arrivassero proprio o che da un momento all'altro mi venisse in mente un altro regalo in sostituzione a quello già chiesto. Ecco, ora è tutto tristemente deciso a tavolino e data la mia mania di controllo, da un certo punto di vista, è una situazione migliore.
Innocenza, incoscienza e fiducia
Del passato mi manca l'innocenza, l'incoscienza e la fiducia che sono tre attributi possibili solo per gli occhi di un bambino. Per me il Natale era il momento in cui tutto si poteva risolvere e tutto si poteva aggiustare. Non c'era litigio, problema o conflitto che non potesse essere messo a tacere grazie alla magia del Natale. Purtroppo ad oggi è sparita l'innocenza, l'incoscienza e soprattutto la fiducia, perché ho capito che ci sono dei problemi che non sono risolvibili con la sola fede e che fingere che nulla sia successo con il "Scambiatevi un gesto di pace" del prete, non aggiusti le cose, anzi le peggiori. Ho però imparato ad avere fiducia nelle parole, fiducia che da bambino non nutrivo assolutamente: credevo nelle feste comandate, ora credo alle azioni spontanee e da questo punto di vista posso dire che è stata una bella conquista.
Spero che questo gioco vi piaccia e che possiate condividerlo con tutte le persone che amate: sarà di buon augurio!
A presto con un nuovo gioco sul Natale!
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